Galdós e l’arte del romanzo: La diseredata

Traducción descargable de Assunta Polizzi con prólogo de Germán Gullón

Benito Pérez Galdós (1843-1920) è per molti lettori il migliore scrittore spagnolo di tutti i tempi e La diseredata (1881) la prima opera che permette di paragonarlo ai grandi scrittori del XIX secolo europeo, come Gustave Flaubert, Eça de Queirós o Giovanni Verga.

L’artista canario spalancò con questo romanzo le porte della propria coscienza e la riversò nelle pagine del testo. Fino a quel momento, le sue narrazioni, denominate “a tesi”, erano state di alta qualità, ma con uno stile convenzionale. Un sistema di valori rigidi determinava la condotta dei personaggi e lo sviluppo della trama; se i valori del lettore non coincidevano con quelli dell’autore, il pubblico rifiutava il testo. In effetti, i progressisti elogiarono tali opere, mentre i conservatori le attaccarono duramente, soprattutto per le critiche rivolte alla Chiesa.

La narrativa del secolo XIX, chiamata pure “romanzo tradizionale”, continua ad attrarre il lettore di oggi, essenzialmente perché racconta storie interessanti, con le quali i lettori si identificano facilmente e dalle quali, allo stesso tempo, imparano a conoscere gli esseri umani. E ciò non significa che queste opere siano carenti di un valore formale. Di fatto, La diseredata offre uno tra i primi esempi dell’uso della seconda persona narrativa, quando l’“io” si rivolge a se stesso con la forma del “tu”, ovvero quando l’“io” parla silenziosamente con la propria coscienza.

Tale novità permise a Galdós di auscultare le segrete galerías del alma, nelle parole del poeta Antonio Machado (1875-1939), di esaminare le tortuosità dello spirito umano. Così, il romanzo spagnolo ritrovava la propria tradizione narrativa, iniziata dall’autore anonimo del Lazarillo de Tormes (1554) e condotta verso la sua forma esemplare da Miguel de Cervantes nel Don Quijote (1605-1615), ovvero verso quella maniera di raccontare dell’uomo in modo diretto, realista.

Lo scrittore, che si era stabilito a Madrid, sostenuto dalle invenzioni del tempo, la fotografia e il microscopio, avrebbe auscultato la vita minuziosamente, o, come indicano i manuali di letteratura, con lo sguardo naturalista.

Galdós fu un uomo singolare, che certamente ammirò profondamente l’Italia; infatti, realizzò il suo ultimo lungo viaggio all’estero, nel 1888, proprio in questo paese. Visitò tutte le sue grandi città, ammirando Roma e i quadri di Michelangelo, come pure la Firenze di Dante, di cui era un fervente estimatore. Questo viaggio si aggiungeva ai tanti altri fatti in Francia, in Danimarca, in Olanda, in Germania, in Inghilterra, in Svizzera, e fa comprendere quanto questo scrittore, nato e cresciuto nella periferia nazionale, le Isole Canarie, innalzato alla fama letteraria a Madrid, fosse cosmopolita.

Tuttavia, i suoi peripli all’estero non erano una forma di turismo, ma una maniera per rivivere la dimora e i luoghi dei suoi autori preferiti, cercando il loro vissuto, quello sperimentato da Dante mentre scriveva il Purgatorio — la sua parte preferita — della Divina Commedia, che aveva lasciato un’impronta perenne nella magnifica creazione artistica.

La formazione di quest’uomo fu difficile, scissa tra l’inflessibile autorità materna di doña Dolores Galdós e l’influenza più liberale di sua sorella Carmen e di sua zia Magdalena Huerta de Mendoza. Nel 1862 va a Madrid per studiare Diritto, a cui dedicherà poco tempo, preferendo consacrarsi anima e corpo alla sua passione, la scrittura. Durante alcuni anni, circa un decennio (1862-1872), scrisse con passione per la stampa e preparò i suoi primi romanzi; le aule della vita sostituirono, dunque, quelle universitarie.

Allo stesso tempo, il romanzo lo interessava sempre di più come strumento prediletto per rappresentare le peculiarità della società spagnola del suo tempo. Avrebbe impiegato ancora qualche anno per togliersi di dosso la cappa ideologica, quasi un altro decennio (1872-1880), durante il quale scrisse i suoi romanzi “a tesi”, con Doña Perfecta come miglior esempio, in cui ancora i buoni, i liberali, ingaggiano battaglie con i conservatori, i cattivi.

Allo stesso tempo, produceva i romanzi storici, gli Episodios nacionales, che scriveva rapidamente, sulla storia della Spagna del suo secolo; processo di scrittura questo che gli permise di scoprire che oltre alle differenze ideologiche, partitiche, batteva il cuore di un essere umano, nelle cui azioni si manifestavano le nostre grandezze e le nostre miserie.

Il pensiero illuminista, che in Spagna aveva influito sulla redazione della prima Costituzione spagnola, quella del 1812, e la tolleranza dei suoi migliori mentori, come Francisco Giner de los Ríos, lo aiutarono a trovare il cammino della tolleranza, della solidarietà umana.

Quando nel 1880 si siede a scrivere La diseredata, ha trentasette anni. È un giornalista e uno scrittore famoso, che si era guadagnato il diritto di operare con libertà di opinione; per questo scelse un tema che sintetizzava la propria preoccupazione per la Spagna, focalizzata da una prospettiva umana: il difficile cammino della ragione in un contesto emotivo, irrazionale.

Dedica l’opera ai maestri spagnoli, responsabili del difficile compito di educare i giovani. Il narratore Galdós si manifesterà nel testo così come era, non solo difendendo le proprie opinioni ideologiche, ma auscultando la vita al livello della strada, dell’uomo comune; il giornalismo gli aveva insegnato a guardare la vita degli esseri normali.

L’opera si apre con la visita della protagonista, Isidora Rufete, a suo padre, ricoverato nel manicomio di Leganés. La cura degli ammalati mentali era un tema scottante all’epoca, e Galdós lo tratterà con quel tocco umano che lo caratterizza e che lo rende unico nella narrativa europea del suo tempo. La figlia soffre di un disturbo immaginativo, chisciottesco: crede di essere la figlia di una marchesa, negando la realtà che crudamente le offre la visita del manicomio.

Isidora Rufete è un personaggio superbo, che finirà per sprofondare nella prostituzione. Galdós conosceva molto bene questo ambiente, sia a Madrid che a Parigi, città che frequentò spesso, attratto dalla bellezza delle sue donne, tra le altre cose. Scopriremo, attraverso la sua penna, le tortuosità dell’illusione umana, della sconfitta, della volubilità, dei desideri sessuali, della disillusione, del crollo morale.

Leggere questo romanzo significa percorrere la scala dei sentimenti umani, della nostra realtà morale. Galdós iniziava con La diseredata a dipingere il grande affresco della coscienza sociale e personale dell’essere umano che caratterizzerà la sua narrativa matura.

La traduttrice di questo libro, Assunta Polizzi, è altamente qualificata per tale impegno, se non altro, per il fatto di essere una tra le più conosciute galdosiste a livello internazionale.

Germán Gullón

Galdós y el arte de la novela: La desheredada

Benito Pérez Galdós (1843-1920) es, para muchos lectores, el mejor escritor español de todos los tiempos, y La desheredada (1881) la primera obra que permite compararlo con los grandes escritores europeos del siglo XIX, como Gustave Flaubert, Eça de Queirós o Giovanni Verga.

El artista canario abrió con esta novela las puertas de su propia conciencia y la volcó en las páginas del texto. Hasta ese momento, sus narraciones, llamadas “de tesis”, habían sido de alta calidad, pero con un estilo convencional. Un sistema de valores rígidos determinaba la conducta de los personajes y el desarrollo de la trama; si los valores del lector no coincidían con los del autor, el público rechazaba el texto. En efecto, los progresistas elogiaron tales obras, mientras que los conservadores las atacaron duramente, sobre todo por las críticas dirigidas a la Iglesia.

La narrativa del siglo XIX, llamada también “novela tradicional”, sigue atrayendo al lector de hoy, esencialmente porque cuenta historias interesantes, con las que los lectores se identifican fácilmente y de las cuales, al mismo tiempo, aprenden a conocer a los seres humanos. Y eso no significa que estas obras carezcan de valor formal. De hecho, La desheredada ofrece uno de los primeros ejemplos del uso de la segunda persona narrativa, cuando el “yo” se dirige a sí mismo con la forma del “tú”, es decir, cuando el “yo” habla silenciosamente con su propia conciencia.

Esta novedad permitió a Galdós auscultar las secretas galerías del alma, en palabras del poeta Antonio Machado (1875-1939), y examinar las tortuosidades del espíritu humano. Así, la novela española reencontraba su propia tradición narrativa, iniciada por el autor anónimo del Lazarillo de Tormes (1554) y llevada a su forma ejemplar por Miguel de Cervantes en el Don Quijote (1605-1615), es decir, hacia esa manera de contar al ser humano de forma directa y realista.

El escritor, que se había establecido en Madrid, apoyado en los inventos de su tiempo, la fotografía y el microscopio, auscultaría la vida minuciosamente o, como indican los manuales de literatura, con una mirada naturalista.

Galdós fue un hombre singular, que sin duda admiró profundamente a Italia; de hecho, realizó su último largo viaje al extranjero, en 1888, precisamente a ese país. Visitó todas sus grandes ciudades, admirando Roma y las pinturas de Miguel Ángel, así como la Florencia de Dante, de quien era un ferviente admirador. Este viaje se sumaba a muchos otros realizados en Francia, Dinamarca, Holanda, Alemania, Inglaterra y Suiza, y permite comprender hasta qué punto este escritor, nacido y criado en la periferia nacional, las Islas Canarias, y elevado a la fama literaria en Madrid, era cosmopolita.

Sin embargo, sus recorridos por el extranjero no eran una forma de turismo, sino una manera de revivir la morada y los lugares de sus autores preferidos, buscando su experiencia vital, la misma que vivió Dante mientras escribía el Purgatorio —su parte preferida— de la Divina Comedia, que había dejado una huella permanente en la magnífica creación artística.

La formación de este hombre fue difícil, dividida entre la inflexible autoridad materna de doña Dolores Galdós y la influencia más liberal de su hermana Carmen y de su tía Magdalena Huerta de Mendoza. En 1862 va a Madrid para estudiar Derecho, al que dedicará poco tiempo, prefiriendo entregarse en cuerpo y alma a su pasión: la escritura. Durante algunos años, aproximadamente una década (1862-1872), escribió con pasión para la prensa y preparó sus primeras novelas; las aulas de la vida sustituyeron, por tanto, a las universitarias.

Al mismo tiempo, la novela le interesaba cada vez más como instrumento privilegiado para representar las peculiaridades de la sociedad española de su tiempo. Todavía necesitaría algunos años para quitarse de encima la capa ideológica, casi otra década (1872-1880), durante la cual escribió sus novelas “de tesis”, con Doña Perfecta como mejor ejemplo, en las que aún los buenos, los liberales, libran batallas contra los conservadores, los malos.

Al mismo tiempo, producía las novelas históricas, los Episodios nacionales, que escribía rápidamente, sobre la historia de la España de su siglo; este proceso de escritura le permitió descubrir que, más allá de las diferencias ideológicas y partidistas, latía el corazón de un ser humano, en cuyas acciones se manifiestan nuestras grandezas y nuestras miserias.

El pensamiento ilustrado, que en España había influido en la redacción de la primera Constitución española, la de 1812, y la tolerancia de sus mejores mentores, como Francisco Giner de los Ríos, lo ayudaron a encontrar el camino de la tolerancia y de la solidaridad humana.

Cuando en 1880 se sienta a escribir La desheredada, tiene treinta y siete años. Es un periodista y un escritor famoso, que se había ganado el derecho a actuar con libertad de opinión; por eso escogió un tema que sintetizaba su preocupación por España, enfocada desde una perspectiva humana: el difícil camino de la razón en un contexto emotivo e irracional.

Dedica la obra a los maestros españoles, responsables de la difícil tarea de educar a los jóvenes. El narrador Galdós se manifestará en el texto tal como era, no solo defendiendo sus opiniones ideológicas, sino auscultando la vida al nivel de la calle, del hombre común; el periodismo le había enseñado a mirar la vida de los seres normales.

La obra se abre con la visita de la protagonista, Isidora Rufete, a su padre, internado en el manicomio de Leganés. El cuidado de los enfermos mentales era un tema candente en aquella época, y Galdós lo tratará con ese toque humano que lo caracteriza y que lo hace único en la narrativa europea de su tiempo. La hija sufre de un trastorno imaginativo, quijotesco: cree ser hija de una marquesa, negando la realidad que crudamente le ofrece la visita al manicomio.

Isidora Rufete es un personaje soberbio, que terminará por hundirse en la prostitución. Galdós conocía muy bien este ambiente, tanto en Madrid como en París, ciudad que frecuentó a menudo, atraído, entre otras cosas, por la belleza de sus mujeres. Descubriremos, a través de su pluma, las tortuosidades de la ilusión humana, de la derrota, de la volubilidad, de los deseos sexuales, de la desilusión y del derrumbe moral.

Leer esta novela significa recorrer la escala de los sentimientos humanos, de nuestra realidad moral. Galdós comenzaba con La desheredada a pintar el gran fresco de la conciencia social y personal del ser humano que caracterizará su narrativa madura.

La traductora de este libro, Assunta Polizzi, está altamente cualificada para esta tarea, aunque solo sea por el hecho de ser una de las galdosistas más reconocidas a nivel internacional.

Germán Gullón

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